wp_10137777/ Marzo 29, 2019/ Posts/ 0 comments

Una visione diversa della materialità del denaro è possibile

Probabilmente non eravamo ancora nati quando già si discuteva e ci si domandava se produrre e moltiplicare denaro fosse etico o meno. Già, ma chi dice cosa è etico e cosa no? Quali sono i criteri di valutazione per considerare la produzione di ricchezza etica? Sono domande sulle quali pensatori e filosofi si interrogano da secoli.

Secondo la concezione utilitarista, una scelta è corretta quando le conseguenze positive superano quelle negative. A simile assunzione si contrapponeva la tradizionale visione liberale: l’intervento dello Stato nella produzione di ricchezza deve essere ridotto al minimo e la scelta può dirsi corretta quando essa rispetta la libertà di ogni uomo.

Tuttavia, pur se il dibattito si protrae da secoli, solo recentemente è stato teorizzato scientificamente il legame tra economia ed etica. Ciò lo si deve al contributo dell’indiano Amartya Kumar Sen, già premio Nobel per l’economia nel 1998. A Questi si deve la paternità dell’applicazione all’analisi del mercato di una nuova categoria di valutazione: la felicità. Infatti, anche la qualità della vita, che differisce dal concetto tradizionale di benessere, rientra nella misurazione della ricchezza.

È indubbio che il susseguirsi nel tempo delle crisi finanziarie ha reso gli individui sempre più coscienti della necessità di un ribaltamento degli schemi tradizionali di produzione della ricchezza. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito al fallimento del sistema finanziario, quale unico strumento in grado di garantire l’efficiente allocazione e il trasferimento delle risorse dai risparmiatori a quanti necessitino di finanziare investimenti produttivi o di acquistare beni durevoli e non (ciò era considerato il risultato di un benessere collettivo).

La selezione e la gestione degli investimenti in base a criteri di natura sociale o principi religiosi possono qualificare gli investimenti stessi come etici?

Nell’incertezza dovuta all’assenza di una definizione categorizzante, può dirsi etico quell’investitore che non è interessato alla sola remunerazione del capitale offerto, ma valuta le ragioni poste dietro a tale redditività; le caratteristiche dei beni prodotti; verifica le modalità con cui vengono concluse le transazioni.

Sebbene non ci possa essere una definizione universale, quello che è certo è che la querelle sulla determinazione di uno standard di eticità è cifra comune della maggior parte dei Paesi sviluppati.

All’interno del concetto di “finanza etica” si è soliti ricomprendere differenti e variegati strumenti: dai fondi comuni d’investimento etici, fino ad arrivare agli intermediari, che adottano determinati modelli di business espressione della Corporate Social Responsibility (banche o fondazioni etiche). Anche molte organizzazioni e gruppi religiosi hanno da tempo cominciato a rivendicare il diritto di poter allineare la destinazione dei propri investimenti ai valori da loro professati.

Ma basta questo per definire un investimento etico? È davvero solo un problema di etichetta, una qualificazione formale di maggiore appealing, o dietro c’è qualcosa di più?

In Italia, l’Associazione per la Finanza Etica (AFE) ha predisposto nel 1998 un proprio “manifesto”, che racchiude i 7 principi affinché una finanza possa dirsi eticamente orientata. I touch point di AFE si fondano su tre valori comuni: interesse generale, trasparenza e responsabilità.

Eppure, oltre agli svariati soggetti coinvolti nella finanza c.d. etica, a complicare la questione vi è l’assoluta eterogeneità degli strumenti finanziari che tali soggetti offrono. Come tutti i fenomeni umani, esistono prodotti di nicchia, a fianco di quelli più diffusi, perché considerati in voga.

E, allora, ecco giunti alla domanda che noi di We First – Finance & Sustainability ci siamo posti. Perché approfondire la finanza etica?

In primo luogo, perché crediamo che possa essere una risposta più efficiente per il futuro della collettività. Lo crediamo davvero. Riteniamo che garantire e alimentare il connubio fra redditività e impatto sulla collettività sia la vera sfida del futuro. Inoltre, è un dato di fatto che investire responsabilmente, secondo criteri E.S.G., con i dovuti distinguo, offra rendimenti maggiori rispetto al mercato tradizionale e sia più resiliente alle crisi finanziarie.

Comprendere quando la finanza possa definirsi etica; capire se tale qualificazione è frutto di un maquillage solo formale o se, invece, sia il prodotto di una rivoluzione sostanziale, saranno gli obiettivi del dibattito che ospiteremo nelle prossime settimane su We First – Finance & Sustainability.

Il futuro è un tesoro comune, per cui vale la pena di lottare.

#staytuned.

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