wp_10137777/ Aprile 5, 2019/ Posts/ 0 comments

Al di là del Mediterraneo, dove la vecchia Europa diventa Oriente, esiste un tipo di finanza del tutto particolare, che ha molti tratti in comune a quella socialmente responsabile. È la finanza Islamica. È conosciuta da pochi e questo comporta che sia poco diffusa in Europa. Eppure, oltre il Bosforo, superate le Piramidi, esiste una profonda cultura finanziaria e un modo di intendere la produzione della ricchezza antico e ancorato a solidi principi etici. Varcheremo le porte di questo nuovo mondo, alla scoperta della finanza Islamica, con il Prof. Andrea Paltrinieri dell’Università di Udine, uno dei massimi esperti italiani in materia.

Prof. Paltrinieri, la finanza islamica può definirsi finanza etica?

La finanza Islamica rappresenta il complesso delle strutture organizzative, transazioni e contratti finanziari conformi ai dettami della legge Islamica (Shariah Islamic Law). Molti dei principi su cui si basa la finanza islamica hanno una natura ‘etica’. Tra questi possiamo citare l’assenza di un tasso di interesse, ma anche l’assenza di eccessiva incertezza, speculazione e gioco d’azzardo. Pertanto, anche la letteratura scientifica, in modo quasi unanime, rappresenta la finanza Islamica come etica, avendo anche diversi elementi in comune con il mondo socialmente responsabile, come ad esempio l’idea di escludere alcune società da un portafoglio di attività finanziarie in base a un set predefinito di vincoli etici e religiosi.

Quali requisiti devono rispettare le attività finanziarie islamiche?

In primo luogo, tutte le attività finanziarie devono rispettare principi religiosi, definiti dalla Shariah law, la cui base si trova nel Corano. Diversi sono requisiti da rispettare, ma i principali possono essere raggruppati in 5 principi:

  1. divieto assoluto di applicare un tasso di interesse. Questa pratica, che in arabo si definisce ‘Riba’, non si riferisce solo al concetto di usura, ma ad ogni tasso di interesse riferito ad una transazione commerciale. Ciò ha un rilevante impatto ad esempio nell’operatività delle banche Islamiche.
  2. assenza eccessiva incertezza, di speculazione, di gioco d’azzardo (in arabo, gharar e maysir): questo ha rilevanti implicazioni, com’è facile intuire, nell’attività di trading di strumenti finanziari;
  3. l’esclusione da un portafoglio di attività finanziarie di tutte le imprese che trattano di prodotti non leciti (c.d. haram): ad esempio maiale, armi, alcool, pornografia;
  4. il legame diretto di ogni transazione con l’economia reale;
  5. il principio di condivisione dei profitti e delle perdite (profit and loss sharing).

La finanza Islamica, Professore, è un fenomeno confinato in Medio-Oriente oppure si estende oltre? Qual è la sua distribuzione geografica?

Le principali aree geografiche in cui si è sviluppata la finanza Islamica sono due: Medio-Oriente e Sud-Est asiatico. Con riferimento alla prima, le principali nazioni in cui ha un rilevante peso sono Arabia Saudita, Pakistan, Dubai, Abu Dhabi. Qui convive con la finanza tradizionale. In questi Paesi vi è ad esempio la presenza sia di banche Islamiche sia di banche tradizionali. In Iran invece vi è un sistema finanziario puramente Islamico (fully Shariah-compliant system).

E oltre il Medio-Oriente?

L’altra grande area in cui è diffusa è il Sud-est asiatico, in particolare la Malesia, probabilmente il centro più importante di finanza Islamica, e l’Indonesia. È un’errata percezione identificare unicamente la Finanza Islamica con il mondo arabo. Chi lo fa, sbaglia.

Quali sono le caratteristiche di questo tipo di finanza in termini di rischio-rendimento rispetto agli investimenti tradizionali?

La letteratura scientifica sull’argomento è ormai molto vasta. Diventa molto difficile generalizzare. Sono stati portati a termine molti studi su differenti strumenti finanziari, quali azioni, obbligazioni, indici azionari Islamici, fondi comuni di investimento Islamici, tesi ad analizzare le intrinseche caratteristiche di rischio/rendimento e a compararli con gli strumenti finanziari non convenzionali, studiando diversi archi temporali e differenti Paesi. Ciò che si può dire cercando di delineare alcuni tratti essenziali è che l’investimento in strumenti finanziari Islamici non comporta sacrifici di performance rispetto a quelli tradizionali e, spesso e volentieri, genera benefici di portafoglio. Inoltre, gli strumenti finanziari Islamici tendono a sovraperformare quelli tradizionali nei periodi di crisi finanziaria (diversi lavori lo hanno dimostrato sia con riferimento alla crisi subprime, sia con riferimento alla crisi del debito sovrano).

Quali sono i principali prodotti della finanza Islamica?

Bisognerebbe partire dall’analisi dei contratti base (Murabahah, Musharakah, Ijarah), che però risultano difficoltosi da spiegare in poche righe. Pertanto, mi limito a citare i più conosciuti elementi del sistema finanziario Islamico che si possono paragonare al sistema finanziario tradizionale: banche Islamiche, obbligazioni Islamiche (sukuk), fondi comuni di investimento Islamici e assicurazioni Islamiche (takaful).

Le banche Islamiche, oltre alla peculiarità di avere forme di prestito che devono eludere il problema del tasso di interesse, dal lato del passivo hanno titolari di conti correnti che o sono privi di remunerazione o sono assimilabili ad azionisti.

I sukuk, sempre per il divieto di Riba (tasso di interesse, ndr), possono essere assimilati alle operazioni di cartolarizzazione (asset backed securities).

I fondi comuni di investimento Islamici non possono investire in banche e assicurazioni tradizionali, e hanno diverse caratteristiche in comune con i fondi socialmente responsabili, tra cui la presenza di uno Shariah Board simile al comitato etico.

I takaful si basano su un principio solidaristico e hanno una forma mutualistica.

Un investitore “non islamico” potrebbe investire in questi prodotti?

Certamente. Esistono già investitori istituzionali e retail che comprano diversi strumenti finanziari Islamici. Ad esempio, il Lussemburgo, Hong Kong oppure la General Motors hanno emesso sukuk per diversi miliardi di dollari e sono state comprati da investitori non Islamici. Allo stesso modo, gestori di portafogli istituzionali non Islamici includono strumenti finanziari Islamici per migliorare il rischio/rendimento di portafoglio, aumentandone la diversificazione e cercando di proteggersi nei periodi di crisi finanziaria.

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