wp_10137777/ Aprile 19, 2019/ Posts/ 0 comments

ESG, ovvero Enviromental, Social and Governance. Tre lettere che nascondono ancora un mondo sconosciuto anche per gli addetti ai lavori. È l’universo della finanza sostenibile.

Dopo aver definito la scorsa settimana cosa si intenda per investimento sostenibile, bisogna capire in basi a quali caratteristiche o quali requisiti debba avere uno strumento finanziario per potersi dire “sostenibile”.
Procedere con categorie e definizioni certe, anche qui non è facile. Questo perché, non solo non ci sono regole “codificate” in materia, ma anche in ragione del fatto che, proprio per l’assenza di standard certi, hanno preso piede modi e metodologie diverse di intendere la finanza sostenibile e responsabile.

Certo è che la finanza sostenibile e responsabile da sempre è stata associata a quella particolare declinazione dell’industria di settore guidata nelle scelte d’investimento da valutazioni di natura prettamente etica.
Ciò si rifletteva in una politica di gestione precisa: escludere i settori e le società che operavano in ambiti in contrasto con le proprie finalità. Solo in seguito la finanza sostenibile ha abbandonato la strategia d’esclusione, l’unica inizialmente praticata, per far proprie scelte e valutazioni che garantissero l’ottimizzazione del profilo rischio-rendimento dell’investimento considerato.

Lo European Sustainable Investment Forum (Eurosif, l’associazione pan-europea che coordina i Forum nazionali degli Stati membri che promuovono la finanza sostenibile, nda), nello Eurosif Market Study, documento che annualmente pubblica sullo stato SRI in Europa, ha codificato ulteriori strategie di sostenibilità.

In aggiunta a quella tradizionale di esclusione, vi sono altre 6 strategie di investimento sostenibile e responsabile che possono essere adottate singolarmente o cumulativamente dagli intermediari.

1. LA STRATEGIA DELL’ESCLUSIONE

La strategia dell’esclusione consiste nella scelta di non investire in settori controversi o che potrebbero implicare questioni di carattere morale. Ciò comporta l’esclusione dall’universo investibile di società che operano in tali settori o di intermediari finanziari, che in prevalenza hanno acquistato azioni di quest’ultime. Tra i settori che potrebbero essere coinvolti dall’adozione della strategia dell’esclusione si pensi, tra gli altri, al settore del tabacco, delle armi, del gioco d’azzardo, dell’alcool.

Tale strategia presenta numerosi punti di contatto con una delle caratteristiche più significative della finanza islamica, la quale, in conformità ai principi del Corano, non può investire in settori industriali che producono beni cd. “haram” (vietati dalle sacre scritture, nda).

Non è un caso, infatti, che la finanza etica, di cui quella islamica rappresenta un’importante declinazione, si sia sviluppata per la facilità applicativa proprio intorno alla strategia dell’esclusione.

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2. LA STRATEGIA BEST IN CLASS

Best in class, ovvero la migliore della propria categoria. Applicare questo criterio, come strategia d’investimento, significa integrare l’analisi finanziaria convenzionale con un’analisi di tipo extra-finanziario degli emittenti, selezionando solo le aziende che in determinati settori di mercato presentino le migliori prassi operative in termini di fattori ambientali, sociali e di governance societaria.

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3. LA STRATEGIA NORM BASED

Applicare questo criterio comporta escludere tutti i titoli di settori industriali o di società che non rispettano principi normativi di rango internazionale e di rilievo generale. Si tratta anche in questo caso di escludere quelle compagnie che non rispettano i diritti umani, come positivizzati nelle più importanti Convenzioni internazionali, o i diritti dei lavoratori o, ancora, gli standard OCSE in tema di corruzione e riciclaggio internazionale. L’adozione di una strategia norm based obbliga a non investire, ad esempio, in note aziende internazionali dell’abbigliamento sportivo, che sfruttano la manodopera minorile nei paesi dell’est-asiatico oppure in quelle società che con tutta evidenza, perché implicati in scandali pregressi o perché impegnate in controversie in essere, non hanno adottato una politica di trasparenza e di prevenzione della corruzione.

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4. LA STRATEGIA DI ENGAGEMENT

L’engagement (azionariato attivo, nda) è un’attività che si sostanzia nel dialogo con l’impresa su questioni di sostenibilità e nell’esercizio dei diritti di voto connessi alla partecipazione al capitale azionario. Si tratta di un processo di lungo periodo, finalizzato ad influenzare positivamente i comportamenti dell’impresa e ad aumentarne il grado di trasparenza. L’investitore, dunque, da solo o coinvolgendo altri soci, sollecita l’azienda con missive o intervenendo in assemblea ad affrontare questioni ritenuti rilevanti o rispondere a temi d’interesse. Adottare la strategia in esame significa preferire nelle scelte d’investimento quelle aziende che hanno un sistema trasparente e consolidato di coinvolgimento e ascolto degli azionisti. E’ possibile distinguere l’engagement soft da quello hard. Inoltre, questa strategia di coinvolgimento verso le pratiche aziendali può riferirsi sia ai titoli azionari che obbligazionari.

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5. LA STRATEGIA DI INVESTIMENTI TEMATICI

Quella della selezione degli investimenti per tema è una strategia di concentrazione verticale. La scelta degli asset è effettuata selezionando solo quelli coinvolti in uno o più temi legati alle componenti ESG. Così facendo, qualora un investitore volesse investire, ad esempio, ad impatto nel settore ambientale, ed in particolare nel settore dell’energia pulita, utilizzando questa strategia selezionerebbe solo le società che producono beni e/o offrono servizi in tale ambito (ad es. energie rinnovabili).

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6. LA STRATEGIA DELL’IMPACT INVESTING

L’impact investing consiste nell’investire in attività che generino, accanto al rendimento finanziario, pari almeno all’inflazione, anche un impatto sociale.

Gli elementi caratterizzanti dell’impact investing sono:

  • l’intenzionalità dell’investitore di generare un impatto sociale;
  • l’aspettativa di un rendimento economico;
  • la flessibilità del tasso di rendimento atteso che può posizionarsi anche al di sotto del livello medio di mercato o allinearsi ai rendimenti di mercato;
  • la varietà degli strumenti finanziari utilizzati e delle forme di intervento che spaziano dal debito all’equity puro;
  • la misurabilità dell’impatto, fondamentale per assicurare trasparenza e accountability.

I soggetti attivi dell’impact investing possono essere imprese, organizzazioni e fondi che operano con l’obiettivo di generare un impatto sociale misurabile e compatibile con un rendimento economico.

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7. LA STRATEGIA DI INTEGRAZIONE DEI FATTORI ESG

L’integrazione dei fattori ESG nell’analisi finanziaria rappresenta un ulteriore criterio di selezione degli asset del portafoglio finale. Sarebbe auspicabile che tale approccio venisse affiancato parallelamente a tutte le altre strategie.

L’integrazione dell’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo può ormai dirsi strategia di selezione consolidata. I più importanti index provider da tempo hanno elaborato indici di rating ESG, che possono aiutare l’individuazione dell’universo investibile in applicazione di tale strategia. Il rating ESG mutua i principi dei metodi tradizionali dei sistemi di rating, fornendo, in ultima istanza, un giudizio sintetico che si basa su criteri di eticità, ovvero su una valutazione fondata su informazioni di carattere finanziario ma anche sociale, ambientale e corporate. Lo scopo è quello di fornire un giudizio sintetico sulla capacità di creare valore non solo ed esclusivamente per l’azionista, ma per tutti gli stakeholders.

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