wp_10137777/ Aprile 26, 2019/ Posts/ 0 comments

Le festività pasquali appena trascorse ci danno l’occasione per riflettere, ancora ed insieme, sulla finanza etica. Per meglio dire, su di una declinazione peculiare del connubio fra rendimento finanziario e valori che orientano le scelte d’investimento. Si tratta di un versante della finanza etica, tanto importante quanto ormai trascurato: la finanza cattolica.

Eppure, volgendo lo sguardo al passato, è incontestabile riconoscere che il sistema economico-finanziario moderno ha costruito le proprie fondamenta ed ha potuto svilupparsi in Italia grazie al ruolo della Chiesa cattolica e degli attori privati ad essa direttamente collegati.

Una storia recente, quella della finanza cattolica, che ormai giace dimenticata. Ciò lo si deve a due ragioni diverse. In parte, ad una precisa volontà delle istituzioni finanziarie vaticane, le quali, per principio e per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali degli anni ’70 e ’80 del Novecento, hanno deciso di svolgere il proprio ruolo lontano dai riflettori e dai clamori mediatici. A ciò si aggiunga l’irrompere negli ultimi decenni della finanza speculativa su scala globale, che ha reso tutto ciò che non fosse tale non degno di nota.

Parlare di finanza cattolica nel Paese che ospita la Santa Sede dovrebbe essere semplice. Invece, non è così. Occorre innanzitutto operare un distinguo preliminare, per sgombrare il campo dalla tradizionale confusione che la riguarda.  

La finanza cattolica non è la finanza cd. “bianca”. Si tratta di universi simili, ma non sovrapponibili. Per finanza bianca, infatti, s’intende l’attività svolta da enti laici, amministrati e gestiti da persone che si professano apertamente cattoliche, che intendono orientare, direttamente o indirettamente, la propria attività istituzionale anche al bene collettivo.

Altro è la finanza cattolica. Quest’ultima si ispira esplicitamente ai principi della Dottrina sociale della Chiesa, codificata nei documenti e negli atti vaticani ufficiali, in perfetta analogia con quanto accade con  altre religioni monoteiste (ad esempio, la finanza islamica, nda). Tutte le attività orientate da principi religiosi possono definirsi in senso lato etiche, intendendosi tali in quanto portatrici di canoni e modelli di comportamento che ispirino la collettività. In questo caso, la parola “etica” non assume valore assiomatico né tantomeno univoco. Ogni cultura ha una diversa concezione del concetto di etica e il problema, come sempre, risiede nell’individuare i fondamenti e i principi chiave dell’etica stessa.

La Chiesa cattolica non ha mai rivolto il proprio operato esclusivamente alla custodia confessionale e all’amministrazione del culto. Svolge da sempre un ruolo sociale che si confonde e si intreccia allo sviluppo della civiltà europea. Per questo, la Dottrina sociale della Chiesa si è preoccupata anche di scolpire principi di natura economico-finanziaria sin dall’epoca dei Padri della Chiesa (V secolo d.C.) e poi durante tutto il Medioevo, lungo il quale ha alimentato pregiudizi morali nei confronti di quei soggetti, appartenenti a talune categorie sociali e religiose, che prestavano denaro ad interesse, indipendentemente dal tasso applicato.

Lo stigma morale divenne ben presto divieto di erogare denaro in cambio di una remunerazione periodica del capitale prestato. Tuttavia, nel corso del tempo il divieto si attenuò e la Chiesa ammise, in determinate circostanze, la liceità della corresponsione di un limitato interesse a copertura del rischio della mancata restituzione della somma mutuata (si pensi al Censo Bollare ammesso da Tommaso d’Aquino). Fino ad arrivare al 1745, data in cui venne abolito il divieto di interesse con la Vix Pervenit, l’enciclica di Papa Benedetto XIV, ritenuta uno dei primi pronunciamenti ufficiali della Santa Sede contro l’usura e manifesto programmatico della Dottrina sociale.

L’insieme dei principi e degli insegnamenti rivolti alla società vengono racchiusi all’interno di tale categoria, che comprende, pertanto, anche i criteri morali cui l’attività economica deve uniformarsi. Il termine fu coniato nel 1941 da Papa Pio XII e, di lì in poi, sistematicamente utilizzato dai suoi successori al soglio pontificio in altri documenti ufficiali. Sotto tale rubrica si inseriscono gli insegnamenti che riguardano il bene comune, il lavoro, le relazioni tra i vari soggetti della società, i rapporti tra le Nazioni. Avendo come termini di riferimento principale l’uomo, il lavoro e lo Stato, la Dottrina sociale si è espressa anche sui temi economici.

A differenza di quanto accade per il mondo islamico, in cui la legge coranica fornisce principi e precetti cogenti ai quali deve obbligatoriamente uniformarsi l’attività finanziaria, per la finanza cattolica non esistono regole specifiche dettate dalle scritture o dagli atti ufficiali della Chiesa nè forme d’investimento rivolte solamente ai cattolici.

Per la Dottrina sociale della Chiesa vige soltanto un criterio cardine, che deve orientare ogni attività rivolta alla collettività: la giustizia sociale. La Chiesa cattolica, per quel che riguarda le attività economico-finanziarie, non ha proposto mai modelli specifici di azione e comportamento, ma ha solo scolpito dei principi di carattere super-individuale, nonostante siano stati numerosi i pronunciamenti papali in tema di economia e finanza.

Lo sviluppo di un sistema economico più equo ed inclusivo, oltreché l’attenzione per la sostenibilità e la responsabilità, rappresentano temi che l’attuale Pontefice ha posto al centro del proprio magistero. All’enciclica Laudato Si’ del Maggio 2015 Papa Francesco ha affidato una riflessione comune sulla tensione, che la comunità mondiale dovrebbe far propria, verso la redistribuzione della ricchezza in favore delle fasce e delle aree più povere del mondo, rivolgendo a tutti i fedeli un appello per un impegno comune:

Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso.Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso.Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso

(Papa Francesco, Laudato Si’, n.194, 2015)

Con poche parole Francesco ha ridisegnato l’orizzonte dell’attività sociale della Chiesa, calando al contempo l’istituzione che dirige nella modernità. Ha fatto comprendere al mondo che la produzione di ricchezza non è un male da combattere e sconfiggere, bensì proprio quest’ultima è l’unica leva, se orientata da sani principi di sostenibilità, in grado di migliorare le condizioni della società.

Francesco è il primo Pontefice ad avere ammesso e promosso un modo diverso di impegno comune. Lontano dal considerare come uniche forme di contribuzione sociale la beneficienza e carità, al contempo contrario al perseguimento di un puro ed esclusivo scopo di lucro, il Pontefice ha lodato  quelle forme di investimento e di impiego delle risorse, che associano al plusvalore finanziario la creazione  di un impatto positivo sulla società e sull’ambiente.

Nelle parole di Papa Francesco c’è il riconoscimento del ruolo della finanza sostenibile e della sua importanza per la creazione del benessere collettivo. Le parole del Papa segnano l’attribuzione di uno status e di una dignitas al connubio fra finanza ed economia reale, che fa propria la strategia di sostenibilità dell’impact investing.

Senza pretesa di esaustività, abbiamo messo a confronto due diverse forme di declinazione religiosa della finanza, quella islamica e quella cattolica. Se la prima appare molto più radicalmente informata ai principi della legge coranica, che la rendono una tipologia di finanza etica ormai matura, quella cattolica invece non mutua dalla confessione regole e prescrizioni rigide. È alimentata da petizioni di principio generali, che mirano alla tensione verso il miglioramento della condizione sociale delle classi più svantaggiate, al fine di partecipare alla creazione di un benessere comune. Tuttavia, l’impronta che l’attuale Pontefice sta dando al magistero e all’istituzione che guida sta orientando la riflessione collettiva verso l’interesse e la promozione di forme di finanza alternativa orientate alla sostenibilità. È il segno dei tempi di questa modernità, in cui la riduzione delle diseguaglianze e il futuro del pianeta che ci ospita sono una sfida che deve coinvolgere tutti. Nessuno escluso. Senza escludere nessuno.

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