wp_10137777/ Maggio 13, 2019/ Posts/ 1 comments

con la collaborazione di Luca Cinciripini.

La geopolitica, intesa come analisi delle peculiarità morfologiche e politiche dei Paesi in cui investire, è divenuta un fattore cruciale per l’orientamento delle scelte d’investimento, al punto da essere considerato un rischio macro da valutare e mitigare.

Non è vero che solo le vicende politiche più importanti sono in grado di influenzare l’andamento degli asset. È vero il contrario. Esistono fatti, circostanze ed avvenimenti non noti al grande pubblico che hanno il potere di cambiare il corso della storia. Di una famiglia, di un’azienda, finanche di un Paese. Sullo sfondo ci sono la diplomazia politica e lo scambio di notizie riservate, il cui accesso si può rivelare una fonte inesauribile di guadagno. È ciò  che è accaduto nella prima metà dello scorso  ottobre con la lira turca. La speculazione finanziaria, avviata con una vendita di massa e senza precedenti dei titoli di stato del Paese, ha causato l’impennata del rendimento delle obbligazioni decennali pubbliche, che nei primi dieci giorni del mese ha sfiorato il 19%. La Turchia non avrebbe potuto sostenere a lungo quel livello di indebitamento. Ad Ankara avevano capito che dietro tutto c’era una precisa strategia politica per farli fallire. A che scopo? Quello di piegarli alle volontà del mandante, cogliendo l’occasione per distruggere la leadership di Erdogan e ridisegnare gli scenari politici del Medioriente.

Il Dove

Istanbul, 2 ottobre 2018, un pomeriggio qualunque per il resto del mondo, ma non per la Turchia e gli Stati Uniti. Da quel giorno in poi, per i dieci giorni successivi, il Paese guidato dal premier Erdogan ha rischiato di subire una crisi economica senza precedenti, che l’avrebbe portato di sicuro al default. Una crisi, quella dovuta all’avvio delle vendite di massa dei titoli di Stato turchi, innescata da lontano, dall’altra parte del mondo. Dagli Stati Uniti d’America.

L’operazione di speculazione finanziaria ha avuto ragioni politiche. La decisione di affondare il valore della lira turca è stata presa per placare le recriminazioni che il governo di Ankara destinava a quello di Washington. La ragione di tutto? Jamal Khashoggi.

Il Chi

Questa è la storia di un assassinio avvolto nell’ombra. L’assassinio di Jamal Khashoggi. Questa è la storia di come un movente politico può determinare scelte che sono in grado di ridurre un Paese dell’altro capo del mondo sull’orlo del baratro finanziario. Senza che nessuno se ne accorga.

Jamal Khashoggi, scrittore e giornalista saudita, è una figura complessa da decifrare e difficilmente inquadrabile secondo i canoni classici del dissidente di Ryhad. Proveniente da una ricca e influente famiglia, figlio del medico personale del fondatore del Regno, Khashoggi studia negli Stati Uniti prima di iniziare una brillante carriera giornalistica in patria. Nel corso degli anni, riesce a ritagliarsi un ruolo preminente nell’elite culturale saudita, nonostante la militanza giovanile nei Fratelli Musulmani e l’ostilità nei confronti del salafismo.

Firma influente e prestigiosa, Khashoggi è una delle voci più ascoltate nella cerchia della famiglia reale, consigliere prezioso in tema di politica e affari esteri. Con l’ascesa al trono, anche se solo nei fatti, del giovane principe Mohammad bin Salman, però, tutto cambia. Khashoggi diventa sempre più critico nei confronti dei modi sbrigativi e dispotici con i quali il principe gestisce le questioni politiche interne (come ad esempio le epurazioni all’interno della sua stessa famiglia) e della sua politica estera, di cui Khashoggi non approva il coinvolgimento saudita nel conflitto yemenita.

Dopo un crescendo costante di tensioni e provocazioni, nel 2017 il giornalista sceglie l’esilio volontario negli Stati Uniti, temendo ormai apertamente per la propria vita. Inizia dunque una nuova collaborazione con il Washington Post, la spina mediatica nel fianco dell’amministrazione Trump, che, invece, appoggia apertamente il nuovo corso saudita inaugurato da Mohammad bin Salman.


A sinistra, il premier turco Erdogan. A destra, il principe saudita Mohammad bin Salman

Il 2 ottobre 2018. Khashoggi muore

È il 2 ottobre 2018 quando Khashoggi si reca presso il consolato saudita di Istanbul per ritirare alcuni documenti che gli avrebbero consentito di sposare la sua giovane compagna turca. Ad attenderlo però trova una squadra composta da 15 uomini, atterrati quella mattina stessa con un volo speciale da Riyad, tra cui ufficiali delle forze speciali e funzionari dell’intelligence saudita tra cui uno specialista in medicina legale. Da questo momento in poi Khashoggi sparisce dai radar, non metterà mai più piede fuori dal consolato e circa due ore dopo la compagna, già precedentemente allertata dal giornalista, lancia l’allarme sulla sparizione del compagno. Verso le 16, ora locale, di quel giorno, sei auto con targa diplomatica lasciano il consolato dirette alla residenza dell’ambasciatore saudita. All’interno ci sono i 15 uomini del commando che vengono filmati mentre salgono in macchina trasportando un borsone. Contemporaneamente le autorità turche iniziano ad attivarsi. L’Arabia Saudita si discolpa immediatamente sostenendo che Khashoggi ha lasciato autonomamente la sede del consolato, senza tuttavia riuscire a dimostrare il suo allontanamento.

Nel corso dei giorni seguenti, le autorità turche hanno l’opportunità di svolgere indagini all’interno del consolato saudita dove verranno rinvenute prove inconfutabili di manomissioni e alterazioni. Nel frattempo, la stampa turca filogovernativa riceve informazioni sempre più credibili da fonti anonime della polizia circa la ricostruzione dei fatti. Secondo queste fonti, Khashoggi sarebbe stato ucciso all’interno del consolato da parte dello stesso commando atterrato quella mattina a Istanbul. Il corpo del giornalista sarebbe stato fatto a pezzi e trasportato poi fuori dal consolato con l’intento di disperdere il corpo all’interno della residenza dell’ambasciatore, così da impedire perquisizioni da parte delle autorità turche. Nel corso dei giorni emergeranno ulteriori particolari circa la credibilità di queste fonti. Verranno pubblicate infatti trascrizioni di una registrazione esistente che confermerebbe questa ricostruzione. L’esistenza di questa presunta registrazione è stata lungamente dibattuta, ovviamente negata dalle autorità turche in quanto avrebbe violato la sacralità di una pertinenza diplomatica quale quella consolare. Tuttavia, Erdogan e il suo governo avrebbero fatto in modo di far giungere stralci di questi audio alla stampa alleata in modo da creare pressioni internazionali sulla corte saudita.

Dalla registrazione emergerebbe chiaramente come l’intento del commando inviato da Riyad fosse specificamente quello di uccidere Khashoggi, ritenuto troppo scomodo e ingombrante per i suoi passati legami con l’establishment saudita per essere ancora tollerato. Dopo 7 minuti di agonia durante i quali il giornalista viene brutalmente torturato e smembrato mentre ancora in vita, un ufficiale delle forze armate telefona a Riyad, ordinando di “informare il Capo che quanto andava fatto, è stato fatto”. Le ricostruzioni giornalistiche e politiche hanno dunque puntato il dito direttamente contro Mohammad bin Salman, considerato sempre più coinvolto nella vicenda nonché il vero artefice e mandante dell’omicidio. A fronte di tutte queste pressioni internazionali, il 20 ottobre l’Arabia Saudita riconosce che Khashoggi è morto all’interno del consolato, sostenendo però che la sua morte sia avvenuta in seguito ad una rissa scaturita tra il giornalista stesso e gli uomini inviati lì allo scopo di rimpatriarlo. Una ricostruzione tuttavia già smentita dagli audio in possesso delle autorità turche, che mostravano la premeditazione dell’omicidio del giornalista.

Il ruolo degli Stati Uniti

Già prima dell’arrivo del giornalista saudita, l’intelligence turca era venuta a conoscenza che ad Istanbul uomini del regime del principe Mohammad bin Salman avrebbero ucciso Kashoggi e ne aveva prontamente informato gli Stati Uniti, senza ricevere tuttavia alcuna risposta da Washington. All’indomani dell’omicidio, per distogliere l’attenzione mediatica dal caso, dagli autori e da chi ne è stato direttamente o indirettamente complice, viene avviata un’operazione di vendita di massa dei titoli di Stato turchi. Nelle settimane dopo il 2 ottobre, l’instabilità alimentata dalle cessioni fa impennare il rendimento delle obbligazioni decennali fino 18,86%.

In quei giorni, il rendimento del titolo di Stato turco decennale sale fino al 18,86%

Washington intanto comincia a fare pressione sul governo di Ankara per dissuaderlo dal diffondere la notizia su chi siano i reali mandanti dell’omicidio del giornalista. Lo fa però nel modo peggiore: non considera o sottovaluta che l’amministrazione guidata da Erdogan ha le prove di aver informato il governo statunitense dell’omicidio di Kashoggi prima del suo compimento. La minaccia di far trapelare la notizia basta per interrompere la tensione sui titoli di Stato turchi e per far tornare il livello dei rendimenti del decennale ai livelli precedenti.

***

Il caso ha messo in profondo imbarazzo l’amministrazione Trump, alleata di Mohammad bin Salman e in affari con la corte saudita, ritenuta uno strategico partner commerciale e geopolitico nell’area mediorientale. Le speculazioni sorte nelle settimane successive hanno sostenuto che Jared Kushner, genero di Trump, sia volato appositamente a Riyad per consigliare il giovane principe circa la gestione della vicenda. La veridicità di questa ricostruzione confermerebbe da un lato il diretto coinvolgimento di Mohammad bin Salman nella vicenda, dall’altro lato che l’amministrazione Trump fosse sin da subito al corrente della realtà dei fatti, circostanza sempre negata da Trump stesso.

Soltanto il 24 ottobre, a fronte di speculazioni internazionali ormai dilaganti che parlavano addirittura dell’esistenza di un video di cui sarebbero state in possesso le autorità turche, l’Ufficio del procuratore generale saudita riconosce la premeditazione dell’omicidio di Khashoggi, sostenendo tuttavia che il commando abbia agito autonomamente trascendendo gli ordini ricevuti.

***

La storia dell’assassinio di Kashoggi ci insegna che il rischio geopolitico è ormai un elemento fondamentale dell’analisi finanziaria. Capire il contesto politico è necessario per comprendere le ragioni delle decisioni prese e di quelle a venire. Se in quei giorni davanti al monitor dei rendimenti ci fosse stato un analista politico, le tensioni sui titoli di stato turchi sarebbero state giustificate con facilità. E forse, a Milano, qualcuno che avesse accesso ad informazioni politiche riservate, prima della loro diffusione, c’era davvero.

Share this Post

1 Comment

  1. È proprio vero; oggi più che mai sono avvenimenti e fattori extra finanziari a muovere i mercati. Sarebbe interessante riuscire in qualche modo, se già non è stato fatto, a costruire e formalizzare un fattore di rischio geopolitico da inserire nei modelli econometrici.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*