wp_10137777/ Giugno 24, 2019/ Posts/ 0 comments

La sostenibilità – lo abbiamo visto in queste settimane – può essere declinata sotto vari aspetti. Può essere letta da una molteplicità di punti di vista. Può assumere la declinazione di un comportamento individuale o, addirittura, in alcuni particolari casi di civiltà avanzata, assumere i connotati di costumi collettivi e nazionali.
Oppure, può avvenire il contrario, può mancare, esponendo così un intero sistema al collasso.
È il caso del Giappone. Il Paese del Sol Levante, dopo decenni di boom economico, ha intrapreso una lenta china di stagnazione e decrescita, da cui difficilmente si risolleverà. Per uscire dall’angolo di una crisi profonda, dalla metà degli anni ’90 ha deciso di abbandonare il proprio sistema economico, per adottare un sistema di sviluppo finanziario di tipo “anglo-americano”. Liberalizzazione del mercato finanziario e deregolamentazione dei tassi. Peccato, che l’intero apparato e il sistema economico non fossero in grado di sostenere un cambio così radicale. Il Giappone ha deciso di abdicare alla profonda interrelazione fra economia, governo, istituzioni e cittadini, per cedere al canto delle sirene della finanza occidentale. Ha abbandonato la sostenibilità e la responsabilità, che ispiravano l’azione pubblica nel lungo periodo e che coinvolgevano tutto il sistema Paese. Ha rinunciato a quella che può definirsi sostenibilità a livello sistemico. E, anche per questo sta collassando.
Ne parliamo con Gerolamo Nidasio, studente del Master in Finanza sostenibile dell’Università Cattolica ed esperto di questioni giapponesi.


La finanza sostenibile è un paradigma che sta occupando e preoccupando sempre più l’attenzione degli attori coinvolti. Dal legislatore agli operatori finanziari, passando per i singoli cittadini. Accademici e practitioners tradizionalmente declinano questo modo di intendere la finanza basandosi su tre pillars: Environment, Social e Governance. Questi i pilastri che racchiudono l’essenza e i campi di azione della finanza responsabile.
Tuttavia, c’è un altro aspetto che dovrebbe essere considerato nei ragionamenti sul tema: la sostenibilità finanziaria a livello di sistema, ovvero la capacità del sistema finanziario di sostenere l’economia di un Paese in maniera stabile e costante nel tempo. Del resto, la finanza nasce al servizio dell’economia reale. Sin dall’alba della civiltà. È il loro connubio, che se costante nel tempo, garantisce sviluppo alla società.
Al contrario, invece, quando il sistema finanziario si allontana dall’economia reale, l’intero meccanismo solidale entra in crisi, generando una frattura che può anche propagarsi dal Paese d’origine vero altri Paesi, fino a contagiare interi continenti. Ne è esempio l’ultima recessione mondiale del 2008.
Tuttavia, sono numerosi i casi di crisi nella storia economica mondiale, che evidenziano l’importanza per un Paese di un sistema finanziario sostenibile, pena un marcato rallentamento della crescita economica e il susseguirsi di scontate conseguente socioeconomiche.

È il caso del Giappone. L’impero del Sol Levante, dopo il boom industriale del Dopoguerra, durato fino alla fine degli anni ’70, ha intrapreso una lenta china di stagnazione e decrescita, durata fino all’inizio degli anni ’90. Calo della natalità, produttività pro-capite bassissima, precariato in aumento, domanda interna stagnante. Questi sono solo alcuni dei problemi che affliggono il Giappone.
Uno dei fattori alla base delle criticità riscontrate lo si ritrova nel carattere principale del Paese. Il suo isolamento. Il fallimento del sistema finanziario e delle istituzioni è dovuto al fatto di non aver saputo adattarsi ai cambiamenti economici mondiali, ma anche alle peculiarità del tessuto socioeconomico nipponico. Il sistema economico giapponese dagli anni ’60 agli anni ’80 viene definito in letteratura “convoy system”.
Il termine viene usato per indicare le fitte interrelazioni sussistenti a livello economico, legale, informativo e relazionale tra banche, aziende e Governo. L’economia giapponese, e dunque l’intero Paese, sono dalla Guerra e pertanto sembrava che solo una forte collaborazione e commistione tra gli attori economici e il Governo avrebbe permesso al Paese di recuperare terreno. Le autorità politiche esercitavano un forte potere regolatore nei confronti delle banche, che all’epoca rappresentavano la quasi totalità del sistema finanziario. L’obiettivo era quello di incentivare i finanziamenti alle imprese e di assicurarsi che le informazioni sensibili sullo stato di salute delle banche o delle imprese non circolassero pubblicamente, al fine di evitare fenomeni come le corse agli sportelli della crisi del ’29 negli USA. In queste direzioni devono essere letti provvedimenti quali la regolamentazione del tasso sui depositi bancari e la capillare supervisione operata dal Ministero delle Finanze sul sistema bancario.

La regolamentazione del tasso sui depositi bancari imponeva un tetto massimo ai tassi sui depositi ben inferiore al tasso di mercato. Ciò incentivava le banche a finanziare le imprese, in quanto il margine di interesse incassato (differenza tra interessi attivi incassati dai prestiti e interessi passivi corrisposti ai depositanti) era superiore a quello che sarebbe stato in condizioni di libero mercato. Dal canto loro, le imprese potevano avvantaggiarsi di prestiti a tassi favorevoli, dovuti alla regolamentazione dei tassi sui depositi che favoriva una maggior disponibilità di liquidità da parte delle banche.
Gli istituti bancari monitoravano a lungo le imprese finanziate, e partecipavano attivamente nei progetti aziendali alla stregua di veri e propri insiders; infatti erano incentivati a far ciò dalle potenziali sanzioni che il Ministero delle Finanze avrebbe inflitto alle banche insolventi. Si instauravano così relazioni di fiducia e collaborazioni a lungo termine tra Governo, banche e imprese, in cui tutti gli attori erano vincenti. Le banche, assicurandosi la buona riuscita dei progetti finanziati, continuavano a godere della rendita di un margine di interesse artificialmente alzato dalle politiche governative; le imprese potevano espandere il proprio business, avvantaggiarsi di tassi convenienti e godere della consulenza delle banche; il Governo che favoriva tutto questo meccanismo avrebbe potuto presentarsi alle elezioni esibendo il successo economico del Paese. E infatti, tranne che per due parentesi nel 1993 e nel 2009, il Jiminto (Partito Liberale Democratico) ha dominato la scena politica giapponese.

Il convoy system si era consolidato negli anni e aveva permesso così al Paese di risorgere dalla catastrofe bellica, facendolo assurgere al ruolo di seconda economia mondiale, dietro gli USA. A partire dagli anni ’80 una serie di fattori esogeni ed endogeni cambiarono radicalmente le carte in tavola. Elevati tassi di inflazione e disoccupazione avevano portato numerosi Stati ad abbandonare politiche di tipo keynesiano, virando verso un approccio liberista. Si assistette quindi a una liberalizzazione spinta dell’economia che implicava anche la rimozione di barriere commerciali e l’apertura dei Paesi ai flussi finanziari in entrata e in uscita. Le banche giapponesi quindi entrarono in competizione con quelle del resto del Mondo. Infatti, le aziende nipponiche avrebbero ora potuto rivolgersi non solo agli istituti di credito nazionali, ma anche a banche straniere in quanto la dimensione aperta e globale dell’economia spingeva ad abbassare i tassi sui prestiti per accaparrarsi nuovi clienti e far fronte ad uno scenario competitivo che si era drammaticamente allargato. Determinanti per il cambiamento dell’economia nipponica furono anche le pressioni esercitate dagli Stati Uniti che non vedevano di buon occhio le crescenti esportazioni giapponesi, considerandole una minaccia per la propria economia nazionale.

Gli accordi del Plaza e del Louvre, rispettivamente nel 1985 e 1987, sancirono l’apprezzamento dello yen nei confronti del dollaro andando così a colpire le esportazioni giapponesi. Lo scoppio della bolla speculativa del 1991 inflisse un duro colpo al Paese e il Governo reagì cercando di orientare il sistema finanziario verso il modello anglo-americano che si era imposto come egemone a livello mondiale. La regolamentazione dei tassi sui depositi venne abolita, e le banche dovettero adottare il framework degli accordi di Basilea in materia di requisiti patrimoniali. Per sottostare ai nuovi criteri in termini di rapporto tra attività e rischi connessi, gli istituti bancari aumentarono i prestiti a breve termine, meno rischiosi, a scapito dei tradizionali finanziamenti di lungo periodo. Così facendo, per le imprese diventava sempre più difficile trovare finanziamenti per progetti di ampio respiro, mentre d’altro canto la competizione globale imponeva loro una continua innovazione per restare sul mercato. Questo bisogno spinse molte aziende a chiedere finanziamenti per progetti azzardati che si rivelarono fallimentari non permettendo quindi di saldare i debiti contratti con le banche.
Queste ultime dal canto loro accumularono una mole ingente di “Non performing loans” dalle aziende insolventi e in diversi casi fallirono provocando un terremoto che scosse tutto il sistema minandone la sostenibilità. A nulla servì il “Big Bang” finanziario voluto dal Premier Hashimoto nel 1996 volto a liberalizzare ulteriormente i mercati finanziari a favore di nuovi attori quali banche di investimento o case di asset management. Infatti, numerose sono le incompatibilità culturali e sociali nipponiche con il modello neoliberista americano. La propensione al rischio è radicalmente differente, se negli Stati Uniti le famiglie sono propense ad allocare le proprie risorse finanziarie investendo anche in assets rischiosi, in Giappone le famiglie sono fortemente avverse al rischio, concentrando tutte le proprie risorse principalmente in depositi bancari e Titoli di Stato.

Il sistema finanziario giapponese è quindi dominato dalle banche che si fanno carico di tutti i rischi, mentre negli Stati Uniti il panorama è più variegato e il rischio è distribuito tra una pluralità di attori (famiglie, banche commerciali, banche di investimento, case di investimento etc.).
Il Giappone ha così adottato formalmente il modello di sviluppo anglo-americano, ma non è riuscito ad operare una transizione efficace verso quel modello in modo da garantire al Paese continuità e stabilità economica. In poche parole, è venuta a mancare la sostenibilità del sistema.

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